La prima idea da mettere in comune è quella del
circuito
attraverso
cui, in una società fortemente interconnessa, la conoscenza (ma in genere
qualunque azione) genera valore. Il circuito aggiunge allo
spazio dei luoghi
(fisicamente delimitati) lo
spazio dei flussi,
ossia lo spazio di
fenomeni in movimento e in corso di propagazione da un punto all’altro del
circuito, con tre conseguenze:
3) i
flussi sono il risultato non di una cosa che sta ferma, ma di un ordine che
continuamente nasce dal disordine. In quanto tali hanno carattere
moltiplicativo
e
dissipativo
insieme. Infatti se non vengono continuamente riprodotti e
rialimentati perdono efficacia e consistenza. D’altra parte, il motore che li
riproduce nel tempo li può anche amplificare nello spazio, generando dinamiche
moltiplicative. I flussi più importanti in questo senso sono i flussi cognitivi,
ossia conoscenze che emergono dall’apprendimento e che possono propagarsi,
moltiplicandosi. Ma che, al tempo stesso, perdono valore se non sono
continuamente validate da processi dissipativi di verifica e convincimento (che
consumano molte risorse).
Il circuito connette impresa, rete, società e conoscenza
Ciascuna di queste parole ha un valore di
demarcazione rispetto ad altri approcci più tradizionali e parziali. Insieme
identificano un terreno metodologicamente nuovo.
Impresa =
assunzione del rischio di esplorazione della complessità.
Versus
organizzazione come struttura fisica e management come ruolo neutrale, tecnico,
di comando che accentra rischio, potere, intelligenza
Questo rischio
veniva messo sotto il tappeto dalle capacità di previsione e controllo
dell’ordine fordista, quando il rischio era ridotto dal potere di
programmazione-controllo, dalla stabilità delle posizioni e dagli interventi
contro le devianze. In queste condizioni funzionava un processo di
frazionamento del rischio tra le banche e tra gli azionisti di minoranza, che
consentiva virtualmente di annullarlo o renderlo irrilevante, trasformando gli
azionisti di minoranza e di depositanti bancari in finanziatori protetti, privi
di rischio o quasi. I lavoratori erano esentati dal rischio (relativo al loro
investimento professionale) dal contratto di lavoro dipendente a tempo
indeterminato. In mancanza di rischio, il potere diventava un esercizio
funzionale del coordinamento. Un compito necessario e neutrale, affidabile ad
una tecnostruttura. Con la fine del fordismo il rischio è tornato a
distribuirsi sulle persone e sui territori. Le imprese si propongono di
intercettarlo e di svolgere questa funzione specializzata a vantaggio degli
altri soggetti sociali. Ma ci riescono solo in parte. Oggi per far fronte alla
complessità bisogna che a) ci siano istituzioni capaci di gestire rischi
crescenti (sicurezza, genetica ecc.); b) ciascuno (le singole persone) sia
depositario di una frazione di rischio, e di una corrispondente frazione di potere
(autonomia) e intelligenza (investimento professionale) (si veda il sociologo
Beck,
La società del rischio
).
L’impresa diventa
dunque l’imprenditorialità, un atteggiamento antropologico e un meccanismo
istituzionale insieme.
Rete = relazione che consente a ciascuno di
utilizzare le risorse di altri, rese accessibili dall’interazione comunicativa
sostenuta da investimenti connettivi network specific
Versus
gerarchia
(integrazione verticale, uso soltanto le risorse che sono direttamente sotto il
mio controllo) e mercato (uso risorse accessibili a prescindere
dall’interazione comunicativa o con una interazione comunicativa realizzabile
senza investimenti particolari).
La rete è importante non solo per quello che
presuppone (i connettori comunicativi, logistici e di garanzia, i
meta-organizzatori della governance, la divisione del lavoro tra sistemisti e
specialisti e interpreti), ma anche perchè l’accesso alle risorse altrui
abbatte le barriere posizionali, ossia permette di uscire dal regime di
scarsità delle posizioni che invece caratterizzava il fordismo.
Le posizioni sono
molto meno esclusive se, in un mondo dinamico, le nuove idee possono essere
portate avanti da persone che non occupano già una posizione dominante, ma
anche da
newcomers
con poche preesistenze (che si appoggiano alle
risorse altrui).
La rete mette in
discussione il valore economico della proprietà delle risorse, inteso come
valore di esclusione (degli altri). Se gli altri non possono essere esclusi
perchè, grazie alla rete, hanno accesso alle risorse che servono, le posizioni
non sono più difendibili semplicemente mediante occupazione (o leggi di
rendimento crescente) ma soltanto mettendosi nel circuito di essere un passo
avanti agli altri (concorrenza in velocità, spazio dei flussi)
La rete
redistribuisce
il rischio, il potere e l’intelligenza, ma
non è necessariamente un fattore decentrante. Essa può portare ad addensamenti
di queste funzioni, o a distribuirle in modo diffuso: questo è un fatto
empirico che dipende dal bilanciamento tra processi a rendimenti crescenti
(tipicamente economie di convergenza di uno standard, economie di
agglomerazione sul territorio ecc.) e processi di divisione del lavoro che
favoriscono l’imitazione (diffusione/socializzazione della conoscenza) aprendo gli
accessi a newcomers che sanno fare una cosa solo (specialisti). Nelle reti il
processo che porta a specializzare il sapere, distribuendolo tra molti
operatori, coesistono in genere con processi che portano a concentrare funzioni
di sistemista, connettore e meta-organizzatore, mentre interpreti e specialisti
possono frazionarsi.
Società = legame sociale che eccede il rapporto
puramente economico (utilitaristico)
Versus
riduzione
dei rapporti sociali al mercato e al contratto, e del comportamento umano al calcolo
o al comando.
La complessità,
per essere gestita efficacemente, induce un forte bisogno di
eccedenze,
ossia
di valori, di capacità, di idee e relazioni che non sono immediatamente utili,
ma che possono
diventarlo
quando si tratta di esplorare un terreno nuovo
o di affrontare un fenomeno sorprendente.
Da un lato queste
eccedenze giustificano il ruolo delle
comunità
(in cui il legame sociale
viene costruito mediante dono e reciprocità), dall’altro danno importanza
all’esperienza
pratica
che fonde istanze e capacità diverse (tra cui l’
autocostruzione
del mondo
in cui i diversi soggetti entrano in rapporto =
sensemaking
alla Weick esteso ai mondi della vita e non solo alle organizzazioni).
Conoscenza = risorsa moltiplicabile e condivisibile
Versus economia della scarsità (statica) e delle
transazioni (scambio tra oggetti dati)
La conoscenza
vive attraverso la condivisione in un circuito che va creato, e in esso si
trasforma secondo un
processo circolare, finalizzato alla validazione e
moltiplicazione,
che ne rivela diversi aspetti (contrapporre conoscenze di
tipo diverso è un artificio, perchè sono i semilavorati di un processo di
trasformazione). Le innovazioni generano valore, in questo senso, perchè il
sapere in esso contenuto viene ri-usato attraverso economie di replicazione, di
regolazione (e variazione), di esplorazione.